“Civiltà Flegrea”, la nuova collana sulla storia antica dei Campi Flegrei di Francesco Pisano. Il primo numero in anteprima su Freebacoli

Perchè, morto l’imperatore Adriano a Baia, le sue ceneri furono portate a Puteoli nella villa appartenuta un tempo a Cicerone? Questo ed altri, intriganti e atavici, misteri sono rivelati in questo articolo del Prof. Francesco Pisano inserito nel primo numero della collana Miscellanea intitolata “Civiltà Flegrea” da lui diretta. Password, studi, creazioni, simboli, documenti di imminente nascita che egli, come già avvenuto in passato, ha voluto offrire in anteprima alla redazione di Freebacoli per “l’encomiabile opera di costruttiva denuncia di distorsioni relative al nostro territorio che quotidianamente diffonde e di valorizzazione, nel contempo, del buono e dell’utile che esso produce”.

Di seguito in anteprima il primo numero della miscellanea:

UNO STRAORDINARIO INCONTRO NEOPITAGORICO NELLA PUTEOLI DEL I SECOLO D.C.
Per una storia delle dottrine filosofiche nei Campi Flegrei. 

civilta flegreo Porto di Puteoli, seconda metà del I secolo della nostra era. In  una non  precisata data, ma comunque non prima dell’81, anno in cui Tito  Flavio  Domiziano, il 14 settembre, diventa imperatore, e non dopo il 18  settembre  del 96, giorno in cui viene assassinato, vi sbarca un personaggio  d’eccezione, Apollonio di Tiana, famoso filosofo neopitagorico e  taumaturgo, già ai suoi tempi celebratissimo. Tappa finale del suo viaggio,  Roma, per difendersi personalmente dalle accuse rivoltegli da Domiziano  di essere l’ispiratore di loschi personaggi – Nerva (acclamato imperatore  alla morte di Domiziano) in primis e i suoi amici e sostenitori – che  brigano per scalzarlo dal potere. Lo accompagna Damis di Ninive, suo  fedele discepolo. L’episodio dello sbarco sul suolo puteolano del nostro  filosofo-mago è narrato, efficacemente e con dovizia di particolari, da  Filostrato (vissuto tra il II e il III sec.), nella Vita di Apollonio di Tiana VII 10-15, da lui composta dietro invito di Giulia Domna (ibid. I 3), potente moglie di Settimio Severo, imperatore dal 193 al 211, figlia di Bassiano, gran sacerdote del dio solare di Emesa El Gebal, ammiratrice entusiasta di Apollonio.

Ma prima di riproporlo anche in questa sede, mi sembra non privo d’interesse evidenziare che Filostrato preferisce chiamare Puteoli col suo precedente nome, Dicearchia; presumibilmente, a mio avviso, per sottolinearne esplicitamente, in presenza di eredi degli antichi insegnamenti pitagorici, la pitagoricità . Il che non deve destare meraviglia. Che Dicearchia possa essere stata fondata da profughi Samî aderenti alle dottrine filosofiche-religiose-politiche di Pitagora è ritenuta oggi, grazie agli studi di diversi importanti specialisti, Silvio Accame in particolare , un’ ipotesi abbastanza plausibile, che in questa sede voglio rafforzare riportando un dato mai finora fatto emergere: riguardo all’insediamento samio di Dicearchia, nelle antiche fonti letterarie è registrato anche il nome di un pitagorico, Nausithoos (capo della locale comunità pitagorica?).

Ed eccoci dunque alla descrizione dell’arrivo a Dicearchia del Tianeo: appena sbarcato incontra subito un suo seguace – una situazione, questa, che presenta evidenti analogie con il precedente arrivo a Puteoli, anno 61, imperatore Nerone, di San Paolo -, un certo Demetrio con il quale s’intrattiene con grande familiarità e duetta con vivo piacere: «Ti ho colto a darti alla bella vita nel luogo più beato dell’Italia felice, se invero così può dirsi, dove si racconta che pure Odisseo insieme a Calipso dimenticasse il fumo di Itaca e la sua dimora», gli fa scherzando Apollonio. Demetrio lo abbraccia, gli dà il benvenuto e lo invita a seguirlo in un luogo dove potranno trovarsi soli e discorrere al riparo da occhi indiscreti. Si portano dunque in una villa, ubicata nei pressi della città, appartenuta un tempo – occhio a questa preziosa informazione, fornita dallo stesso Demetrio, la cui importanza non è stata finora intuita! – al grande Marco Tullio Cicerone (Arpino, 3 gennaio 106 a. C. – Formia, 7 dicembre 43 a. C.).

DSF90561Due, in zona flegrea, le ville possedute da Cicerone: una, denominata Cumanum, si trovava sul lago Lucrino, che allora faceva parte del territorio di Cuma; l’altra, di notevole estensione, chiamata Puteolanum, «era sita verso la periferia occidentale» della città di Puteoli e «con grande verosimiglianza la potremmo collocare sul versante che dalla collinetta dell’Annunziata declina verso il mare». Era questa, il Puteolanum, la villa dell’incontro. È qui che essi si siedono sotto un platano e discutono ampiamente, fino a sera. Unici testimoni Damis e… le cicale, che – benedette perché sacre ad Apollo, dio del Sole e della Musica, e gran “direttore” pertanto dell’armonia cosmica, particolarmente caro a Pitagora, che di Apollo si raccontava fosse figlio -, cantano, accompagnate dalla brezza, la felicità che condividevano con le Muse. Un emblematico accompagnamento canoro dunque, il loro, che trasformava il luogo del convegno in una sorta di riproduzione del Cosmo, un’allusione questa che sicuramente doveva risultare ben chiara al neopitagorico terzetto. Era altrettanto ovvio ad Apollonio, e presumibilmente anche a Damis, il motivo per cui Demetrio, per colloquiare in tutta tranquillità, aveva scelto proprio una dimora appartenuta un tempo a Cicerone? Mi piace pensare di sì. Potevano essi, infatti, non sapere delle simpatie di Marco Tullio nei confronti di Pitagora e dei suoi insegnamenti, accese in lui dal suo amico Publio Nigidio Figulo (98 – 45 a. C.), filosofo ed erudito romano, che aveva promosso nell’Urbe la rinascita delle dottrine pitagoriche? E potevano non sapere che esse erano diventate in lui così forti da fargli intraprendere addirittura – preziosa informazione fornita dallo stesso Arpinate nel suo De finibus bonorum et malorum V, 2, 4 – un apposito viaggio a Metaponto per vedere il luogo dove il Maestro era sepolto? Se la risposta è affermativa, e niente vieta di ritenerla tale, la scelta del Puteolanum quale sede del ‘summit’ in questione sarebbe stata determinata dalla consapevolezza di una totale immersione in un luogo carico di rimandi pitagorici e impregnato di sapienza pitagorica; un luogo considerato per questo così emblematico e prestigioso da ospitare, qualche anno dopo, prima le ceneri dell’imperatore Adriano, morto nella vicina Baia il 10 luglio del 138, poi, dopo la loro traslazione a Roma, un cenotafio in sua memoria.

Adriano-375 Al riguardo, non mi sembra fuori luogo ricordare il raffinato e profondo  filellenismo di Adriano, impensabile, questo, senza la sua fondamentale  componente pitagorica (le 9 cui regole ed aspirazioni di vita si collocavano  completamente all’opposto di quelle della licenziosa e gaudente Baia), il  che potrebbe ben contribuire a spiegare, almeno in parte, la connessione  post mortem dell’imperatore, altrimenti alquanto incomprensibile, proprio  con la ex villa di Cicerone, questa sì, diversamente da qualche sito baiano,  la giusta ‘location’ per ospitare degnamente quanto rimaneva di lui.  Amplissima era la conoscenza adrianea degli scritti greci, per cui  sicuramente la dottrina pitagorica – esposta oltretutto di recente (intorno  al 100 d. C.), in greco, in maniera mirabile, da Plutarco nel suo De Iside et Osiride -, non doveva avere segreti per lui (Adriano, a detta di Filostrato cit. VIII 19-20, sarebbe addirittura entrato in possesso di un libro contenente le massime di Pitagora, che Apollonio avrebbe ricevuto da Trofonio con il quale si era incontrato a Lebadea, in Beozia, dove questi, esperto architetto, figlio di Apollo per Filostrato, aveva un famoso santuario oracolare), e che questa l’avesse ispirato in diverse occasioni a me risulta evidente. Mi riferisco in particolare alla costruzione dell’edificio che aveva fatto realizzare a Baia, chiamato impropriamente Tempio di Venere: il numero otto che lo caratterizza rimanda esplicitamente allo straordinario significato simbolico che Pitagora gli aveva assegnato.
2chkwpfLa Tetraktys ꞊ Cosmo, «ossia il trentasei» precisa Plutarco cit. (cap. 75), connessa quasi sempre, in modo alquanto semplicistico e riduttivo, al numero quattro, nasceva invece più esattamente, “verità” rivelata opportunamente sempre da Plutarco (ivi), dalla somma dei primi quattro numeri pari (2+4+6+8) e dei primi quattro dispari (1+3+5+7) – totale 36 -, contenuti nel numero otto. Il Tempio di Venere, un “trionfo” dell’otto e dell’ottagono, era dunque in realtà una piscina, come è stato giustamente osservato, ma la costruzione era stata concepita in modo da offrire una chiara rappresentazione del Cosmo, che dal numero otto scaturiva e nel quale era già insito. Mi riferisco inoltre ai toccanti, notissimi versi scanditi da Adriano sentendo vicina la sua morte, attraverso i quali si rivolge alla propria anima come a un qualcosa di “altro” dal corpo: Animula vagula blandula/ Hospes comesque corporis/Quae nunc abibis in loca/Pallidula rigida nudula/Nec ut soles dabis iocos. Orbene essi, qualunque sia l’interpretazione che gli si voglia dare, mi sembra innegabile riflettano la dottrina pitagorica dell’immortalità dell’anima, costretta in vita ad essere inserita in un corpo destinato invece a morire.

Individuata la ‘Password’ Cicerone-Pitagora e tirate fuori, grazie al suo recupero, le spiegazioni sopra illustrate, di tipo ipotetico, certo, ma non prive – credo – di una loro credibilità, risulta davvero incomprensibile che questa importante chiave di lettura, determinante a prescindere dalla congettura da me formulata, non sia stata colta finora nella sua totalità dagli “addetti ai lavori”, che si sono sempre limitati a far scaturire l’interesse di Cicerone per Pitagora dal suo rapporto di amicizia con Nigidio Figulo, ignorando o trascurando il suo pitagorico ‘tour’ metapontino. Si è sempre insistito, per esempio, sulla tardività – i principali biografi di Pitagora, Porfirio e Giamblico, sono entrambi del III sec. d. C. -, e quindi sulla non completa affidabilità, delle informazioni sulla vita di Pitagora, fondate per lo più sul “si dice”, sul “si ritiene”, sul “si tramanda”.
cicerone Il luogo della sua morte, Metaponto, sicuramente è una di queste.  Orbene,  la precisa, inoppugnabile testimonianza ciceroniana ad essa  relativa, di  tipo “oculare”, personale e 10 diretta, mai prima d’ora  riportata, l’unica  inoltre a precedere di vari secoli le biografie sul Filosofo  di Samo, avrebbe  fatto uscire da tempo siffatta informazione dall’ambito  delle mere ipotesi.  In più, qualora si volesse delineare una storia della  penetrazione in area  flegrea campana degli insegnamenti pitagorici, Marco  Tullio Cicerone andrebbe considerato a ragione il naturale anello di  congiunzione tra le  antiche presenze pitagoriche accertate qui da tempo –  vedi, per esempio, la  nota epigrafe in alfabeto euboico (metà V sec. a. C.),  proveniente dalla  chora di Cuma, che vieta ai non iniziati ai misteri orfico-  dionisiaci di essere  sepolti in quel sito, e che attesta un evidente legame  della dottrina orfica  con il pitagorismo -, e quelle neopitagoriche, connesse come si è visto ad Apollonio di Tiana, del I secolo della nostra era, ma che vanno ben oltre questo secolo, permanendovi presumibilmente con una loro organizzazione, identità e autonomia, o confluendo nel neoplatonismo di matrice plotiniana. Non a caso, a Puteoli, aveva stabilito la sua dimora il medico Eustochio d’Alessandria, discepolo prediletto di Plotino, dove non è improbabile, in considerazione della sua personalità e ruolo di assoluto prestigio in detto movimento, fosse a capo di un ‘Club’ neoplatonico di ispirazione plotiniana; quell’Eustochio che dalla città flegrea raggiunse, in una tenuta rustica ubicata a sei miglia da Minturno, il Maestro morente, giusto in tempo per raccogliere le sue ultime parole. Era l’estate del 270 dopo Cristo… È quanto si legge nella Vita di Plotino, scritta da Porfirio, anche lui plotiniano a ‘DOC’, lo stesso autore della già menzionata Vita di Pitagora, informazioni a lui passate proprio da Eustochio. Ulteriori brandelli, questi, che vanno a cucirsi in una Storia della filosofia dei Campi Flegrei, sui quali ho già scritto nei miei lavori diverse pagine. Ad esse rimando gli interessati e quanti, stanchi del già detto e millanta volte riproposto, talora acriticamente, vogliono percorrere nuovi sentieri utili ad acquisire frammenti di scienza e sapienza.

da “Civiltà Flegrea” di Francesco Pisano

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