“Graffiti Baiani”, la terza parte del racconto di Rosso Capuano e Rais Lillini

Si pubblica di seguito la terza parte del racconto “Graffiti Baiani”, pubblicato in esclusiva sulle rubriche culturali di Freebacoli “Grandangolo” ed “Alma poesis”, scritto da Rosso Capuano e Rais Lillini.

Qui, la prima parte; qui la seconda.

Statua-di-SantAntonio-Polla-e1284327642327(…) Ma fu lui l’unico a pagarne le spese. Vittorio ‘u ‘ngegniere non si era limitato a buttare le carte in faccia ai compagni di gioco: prima di lasciare il locale, aveva afferrato una sedia e l’aveva lanciata con tutte le sue forze verso il tavolo da gioco.
L’oggetto in volo fu prontamente scansato dai bersagli a cui era destinato, e che cosa va a colpire violentemente?
Prima la testa fasciata e il braccio ingessato dello spettatore incolpevole e poi, in caduta, la gamba e il piede già infortunati.
Furono grida, pianti, lamenti e invocazioni, tipo maroonna mia!, marooonna mia! E poi, maledizioni come sta cantina è a ruina mia, nun c’haggia passà chiù!!!
Ne aveva tutte le ragioni: era in quel locale lungo e stretto con la volta a botte,- sempre ammorbato da una miscela di fumo e di odori di tabacco, di piedi, di flatulenze, di catrame e di vino e sarde fritte – che lui si era costruito il mito, il sogno e il desiderio di Poppea, che per poco non lo portavano alla morte.
Aniello, senza né arte né parte, a quasi quarant’anni, viveva ancora con la mamma, vedova benestante e salumiera, e lasciava che il mondo gli accadesse intorno e addosso, come capita a quelle persone deboli, indecise, che non sanno ancora chi sono o non l’hanno deciso; fino a che l’innamoramento della favolosa Poppea lo spinse alle uniche due azioni volontarie e di rilievo nella sua vita.

Questa creatura, così la mamma lo definiva ancora, senza tener conto dell’età del suo unico figlio, di circa un quintale, con il quale la natura, nel modellarlo, si era sbizzarrita parecchio; nonostante fosse un buon partito, come si diceva allora, e nonostante gli incoraggiamenti della madre a trovarsi una fidanzata, ( la donna era sicura che il suo pargolo la trovasse, perché, quando il figlio le diceva che nessuno lo voleva, perché somigliava ad uno scorfano di scoglio ed era quasi un nano, lo incoraggiava, dicendogli: “Nun te preoccupà, a mammà, i femmene nun se sposane i ciucci, solo pecché stracciano i lenzole!!”
Non traduciamo l’incoraggiamento, diversamente da come abbiamo fatto con le grida di Vicienzo contro la matta, convinti come siamo, che anche gli italiani del nord e gli stranieri comprendano il significato di questa leggera variante di dialetto napoletano e capiscano pure come i tempi del femminismo fossero ancora lontani.
Del resto tutti nel mondo conoscono e, addirittura sanno cantare, “ O sole mio”, e ultimamente un deputato lituano addirittura lo ha proposto come inno ufficiale dell’Unione Europea al posto dell’Inno alla Gioia della Nona di Beethoven, che è bello; ma che nessuno capisce.
Ma stiamo divagando e perciò torniamo alle disavventure di Aniello.

In quella cantina maledetta, quella povera creatura di mamma, aveva cominciato a sentir parlare di Poppea, da diversi frequentatori e del locale, e di quella casa del piacere intenso.
Il più ciarliero era Arturo il vedovo, che conosceva vita , morte, miracoli, raffinatezze e prelibatezze della donna. Sosteneva convinto, che Filumena, alias Poppea, avrebbe dovuto organizzare dei corsi per tutte le donne, giovani, sposate e specialmente quelle attempate, per insegnare loro l’arte di procurare piacere ai propri uomini: in questo modo se li sarebbero tenuti stretti, svegli e fedeli.
Sempre Arturo, raccontava di come questa donna sapeva resuscitare le lancette dell’orologio guasto di un campanile, fissate da tempo sulle sei e mezza, e portarle a segnare mezzogiorno con relativi gioiosi dodici rintocchi delle campane, facendo uso e non risparmiando nessuna parte del corpo, cava o prominente che fosse.

Ma la mazzata finale che fece incuriosire e impazzire Aniello, fu la storia della tournée fatta dalla donna nei casini francesi; là aveva appreso l’arte del, come diceva lei, plesir , che veniva praticata con una sorta di piccolo manganello rosa, leggermente ricurvo; insomma una sorta di banana non eccessivamente ingrossata dagli artifici genetici attuali. Naturalmente evitiamo di riferire i particolari, descritti bene dal vedovo, di dove e quando questo arnese veniva infilato, usato e agitato.
Vi diciamo solo che, sempre a detta di Arturo, se il cliente acconsentiva a che lei utilizzasse il giocattolo del plesir, il godimento finale veniva prolungato e quadruplicato.
Però, la maggior parte di quelli che ne avevano sperimentato l’efficacia, una volta fuori, o tacevano o negavano di averlo praticato per non apparire equivoci e amanti di piaceri sodomiti. Bisogna dare atto al vedovo spregiudicato di aver confessato che, ormai, lui del plesir non ne poteva fare a meno.
E chi tentava di aprire la bocca per obbiettare qualcosa, veniva messo a tacere con una frase perentoria che il vedovo usava spesso nel riferire le sue avventure : l’ommo è ommo: si vo’ mangia, mangia; si vo’ vevere, veve ; si vo’ rurmì, rorme ; si vo’ fottere, fotte comme e quanne ce pare!! (questa volta, per gli stranieri, diamo la traduzione, perché anche questo scemo del computer, ignorante dell’idioma indigeno, non capisce e continua a sottolineare in rosso le parole : l’uomo è uomo; se vuole mangiare mangia; se vuole bere, beve, se vuole dormire, dorme; se vuole fottere, fotte, come e quando gli pare.

E tutti annuivano, perché si sentivano più uommini e perciò le femmine dovevano stare solo zitte e accudirli obbedienti.
Ora, solo qualche sessantottino sessantenne di buona memoria, che ha sperimentato a suo tempo le ire rabbiose del gruppo femminista Le Nemesiache e della loro capessa Lina Eatgoat, potrebbe immaginare l’effetto che questa enunciazione di principio avrebbe avuto su di loro e la fine che avrebbe fatto quel maschilista di Arturo il vedovo: sbranato, scuoiato, fatto a pezzi e mangiato. Invece a quel tempo, oltre all’adorazione ricevuta da tutti i maschi sprovveduti, si guadagnava anche quella di femmine un po’ masochiste, soggiogate dalla sua mascolinità prepotente. E molte sognavano di ospitarlo tra le loro lenzuola, per giunta, a differenza di Poppea, completamente gratis.
Che era successo, allora la domenica precedente la nascita di questo giorno in corso di descrizione?
Aniello, in preda ad un risveglio irrefrenabile dei sensi, assopiti da una lunga e stancante catena di scuotimenti solitari, praticati di nascosto, guardando le odalische scollacciate, popolanti i piccoli calendari da tasca, profumati equivocamente e all’inverosimile, e col fiocco segnalibro,destinato a ciondolare fuori dal taschino della giacca buona, che il suo barbiere gli regalava ad ogni Natale; scosso da mille fantasie, immaginazioni, aspettative, curiosità, e addirittura sogni in cui Poppea discinta e vogliosa lo chiamava, irresistibile come una sirena cantatrice ed incantatrice dell’Odissea, si era svegliato di buonora e aveva sgraffignato una bella somma dal cassetto del comodino accanto al letto della madre, che ancora russava e gorgogliava con la bocca spalancata e gli occhi semiaperti.
La regina dei suoi sogni era molto, ma molto più cara di Palummella, e a ragione. Non c’era paragone tra le due. E Aniello non era mai andato nell’antro dell’amore breve, perché era terrorizzato : parecchie vittime di quell’amore in saldo ne erano uscite con piattole, pustole, misteriose macchie rosse, gonfiori sospetti e gocciolamenti purulenti, pruriti tremendi.

Tutti erano stati costretti a rivolgersi a Gabriele, vecchio lupo di mare, che aveva acquistato una competenza più grande di quella di un medico specialista nelle afflizioni e nelle disgrazie che mettono in pericolo l’orgoglio dei maschi, avendole avute e sperimentate tutte, frequentando assiduamente i lupanari più economici dei porti del Mediterraneo. Tutti gli infortunati, reduci dalla brandina cigolante e traballante di Palummella, ma anche i marinai più imprudenti, si rivolgevano a lui, e per un litro di vino, o, per chi poteva permetterselo, una bottiglia di brandy o di whisky, venivano curati.
Era bravissimo a rapare a zero, con un piccolo rasoio affilatissimo, senza ferire, le pelurie intorno alle parti celate, per eliminare i minuscoli, pruriginosi pidocchi che avevano sviluppato una resistenza tenace alle polverine disinfestanti più potenti; a diagnosticare con esattezza la malattia, e a fornire anche le medicine e i modi di utilizzo.
I rimedi se li procurava, per così dire, dal farmacista Samuele.
Quando gli serviva qualcosa, l’arcangelo guaritore, lo andava a trovare, portando con sé un fiasco di vino, e cominciava a raccontare di sue avventure di terra e di mare che affascinavano il vecchio dagli occhiali a culo di bottiglia.
Samuele ascoltava rapito, scolava bicchiere su bicchiere e chiedeva particolari sulle storie più eccitanti, in particolare su quelle riguardanti giovani mozzi, perché tra la prugna e il melone, lui aveva una grossa preferenza per l’ultimo, non importa a chi potesse appartenere.
Ad un certo punto diceva che doveva andare in bagno per un bisogno impellente, e ci rimaneva per diverso tempo. Ed era così che Gabriele, lesto, arraffava dagli armadietti quello che gli serviva e lo buttava nelle tasche capaci della sua sdrucita tuta da lavoro, suo abituale ed unico vestito giornaliero; favorito dal fatto che in quegli anni non c’era la folla di adesso nelle farmacie: allora si vendevano solo medicine vere e non tutti gli inutili ammenniccoli di oggi, e la gente ci passava solamente se stava crepando.
Per i mal di testa, i mal di pancia, l’insonnia bastava un infuso di camomilla, raccolta nel giorno dell’Ascensione ed essiccata in casa, a mazzi avvolti in fogli di carta spessa della salumeria, del pescivendolo o in quelli dei giornali. E per qualche malanno più serio si ricorreva alle mani, agli intrugli e alle litanie di qualche guaritrice o della Maga.
Torniamo ad Aniello. Si lavò, si cambiò la biancheria, si pettinò, spruzzandosi nuvole di brillantina sui capelli , indossò camicia e vestito buono, si mise perfino la cravatta e le scarpe di vernice, che cinguettavano nel camminare, e si avviò, rasente ai muri verso la meta desiderata, poco lontana dall’ultima casa del paese. Le poche persone che lo incrociarono, gli chiesero, salutandolo allegramente, se stava andando a sposarsi; e lui, con la faccia scura e la testa bassa, non le degnò nemmeno di una risposta.
L’abitazione di Poppea si ergeva a lato della strada in discesa, in una curva; ma siccome era stata costruita in un avvallamento abbastanza profondo, solo il terzo piano, abitato da lei, raggiungeva il piano stradale, e uno spazio esiguo di circa un metro separava la finestra dell’amore dal muretto di recinzione stradale, ricoperto di mattoni rossi.
Era successo che il passaparola sulle straordinarie virtù di Poppea aveva creato un via vai sospetto di sconosciuti che entravano nel portone e raggiungevano l’ultimo piano.
Le lamentele degli inquilini erano giunte all’orecchio della proprietaria, e lei aveva intimato alla donna di sospendere le sue accoglienze scandalose, pena lo sfratto.
Ma, siccome certi principi morali diventano variabili e volatili al solo odore dei soldi; si trovò subito un rimedio fruttuoso, pratico e conveniente per entrambe le parti: pigione raddoppiata; i clienti, per evitare il portone d’ingresso, sarebbero entrati direttamente dalla strada nell’appartamento proibito attraverso la finestra, facendo un piccolo salto per superare il vuoto.

E quest’ultimo espediente si rivelò molto utile e vantaggioso anche per la speciale inquilina, perché così evitava mezze parole,mormorii ed occhiate fulminanti delle coinquiline e si risparmiava di aprire portone e porta, o di gridare che era occupata . Da allora in poi, se la finestra era aperta, Poppea era libera e si saltava; se chiusa, bisognava mettersi in attesa e aspettare la riapertura finestra con relativo salto del cliente servito, sorridente e soddisfatto. E avanti un altro!
Il sole non si era dimenticato di sorgere, neanche in quella domenica fatale, e i primi raggi illuminarono una figura solitaria in cammino e si intrufolarono nel vano della finestra poppeiana, già spalancata.
Aniello, un po’ affannato dal peso della sua carcassa e dall’ansia di arrivare primo per godere di una sorta di verginità di giornata, si affrettò e ricevette uno sguardo prima speranzoso di Palummella , che esercitava nella stessa strada, e poi deluso, quando la voluminosa creatura di mammà, scambiata per un cliente mattutino, passò oltre con gli occhi bassi.
A dieci metri dalla finestra fatale si fermò, si appoggiò al muretto col cuore che gli batteva a mille, si portò la mani al petto, si asciugò il sudore con un grosso fazzoletto bianco (allora non c’erano gli scottex che ti rimangono attaccati in faccia), si allentò la cravatta e tirò un sospiro profondo.
Poi a piccoli passi esitanti si portò davanti alla porta-finestra del paradiso,come abbiamo visto, già aperta all’aria,al vento, al sole e ai presi da voglie impellenti. Indugiò ancora per qualche secondo, tirò ancora un respiro profondo e saltò sul muretto.
Non aveva fatto i conti con la guazza notturna sui mattoni, che il debole sole dell’alba non aveva fatto in tempo ad asciugare: nel saltare dal muro, scivolò e invece di finire nell’appartamento sognato, precipitò nello stretto budello che separava il muro di contenimento della strada dalla casa.
Ci volle un’ora per tirarlo fuori di lì, e tre giorni di ospedale per conciarlo come lo avete visto.
Tornato al paese, disse che era caduto da una scala tirando giù dei salami; ma tutti sapevano cosa era successo e furono grosse risate e numeri giocati al lotto.
Il Saittone non rideva però, anzi se ne stava muto e triste: quando era caduto, strillando per la paura e per il dolore, Poppea, il suo sogno, la sua passione coltivata in segreto, si era affacciata alla finestra, lo aveva guardato con disprezzo e gli aveva gridato : Stronzo, manco nu zumpete sai fa!! M’è ruvinata a jurnata… , e sbatté con violenza le ante della finestra. Fu il colpo mortale, ancora più doloroso della caduta.

La finestra si riaprì, solo dopo che avevano portato via all’ospedale quell’imbranato.
Mai, come per il povero Aniello, il detto “ I sogni svaniscono all’alba”, si dimostrò più vero.
Da quel giorno Aniello Saittone ritornò in balìa degli accadimenti del mondo, e il primo accadimento forte che gli riservò il mondo, e che doveva per forza accadere, fu appunto la sediata di traverso che vi abbiamo raccontato.
Avevamo lasciato Vittorio u ‘ngegniere che andava avanti e indietro sul marciapiedi della stazione, agitando le braccia e parlando da solo. Sordo agli inviti della barista, che aveva un debole per lui, ad avvicinarsi al bancone per un bel caffè caldo.
Ora, in attesa che arrivi il treno e vi si imbarchi, vi raccontiamo chi è.
Era venuto dal Nord, come tecnico nel Silurificio. Si dimostrò così capace ed ingegnoso da guadagnarsi, appunto, il soprannome di ‘ ngignere .
Studiava continuamente come apportare modifiche ai siluri per renderli più micidiali, e avendo il brevetto di pilota, ( di qui, l’amore per Cesare Balbo) con un idrovolante controllava dall’alto il lancio di prova e l’efficienza di quegli strumenti affondanavi.
Profumatamente retribuito, la domenica, sempre elegante entrava in chiesa in camicia nera e fez, al braccio della moglie, che già allora si distingueva dalle donne locali, perché si depilava baffi e gambe e si tingeva i capelli di un biondo luminoso.
L’andata a messa era un avvenimento che molti maschi aspettavano, schierati sul sagrato con aria perduta; la sua era come l’apparizione di Wanda Osiris; ci mancava solo la scala da cui scendere. Come la Wanda , si rovesciava addosso litri di Violetta di Parma , profumo che si diffondeva in tutta la chiesa e uccideva persino il penetrante profumo d’incenso che don Ciro metteva in abbondanza nel turibolo. Ma nemmeno lui riusciva a percepire quel sacro, intenso sentore: il conturbante odore della signora volava libero e indisturbato e penetrava in ogni narice, compreso la sua.
La signora delle violette si presentava con la testa coperta da un pio velo nero di trine, ma sempre con blouse o camicette che scoprivano appena i due seni palpitanti, dando libero sfogo all’immaginazione dei più sensibili, e richiamando alla loro mente altre mammelle: quelle di Poppea e della barista.
Per non farla tanto lunga, per molti la santa messa era diventata un’occasione peccaminosa; ma molto gradita. E molti avevano praticato un buco in una delle tasche, a seconda che fossero destrorsi o mancini.

Il vecchio prete cominciò ad essere talmente ossessionato e dalle curve e dall’odore sensuale della signora che, durante la messa, cercava in tutti i modi di non guardarla. Non lo aveva detto a nessuno; ma una sera mentre pregava in ginocchio davanti alla statua della Vergine, le fattezze spirituali della statua di cartapesta si trasformarono in curve sinuose, che emanavano quello stesso profumo di violetta pervadente che restava nella chiesa molto oltre l’ Ite Missa Est.
Don Ciro si spaventò e pensò per un attimo ad Antonio, il santo eremita del deserto, tentato dal diavolo.
E sentendosi come un animale sopraffatto da istinti primordiali, si ricordò che Antonio, che tutti chiamavano sant’ Antuono, era protettore delle bestie, cambiò statua e si inginocchiò davanti a quella del santo, affiancato da un porcellino rosa con la coda riccia, e chiese ad alta voce, nella chiesa deserta, di allontanare quelle tentazioni diaboliche, di benedire e di salvare lui, uomo pio e senza grilli per la testa e, fino ad allora, per il basso ventre, che a causa di quel profumo rischiava di trasformarsi in un porco dissoluto, proprio come i compagni di Ulisse ad opera di un’altra potente maga o nel verro che aveva generato il porcellino di sant’Antuono.

(Fine prima parte)

(…continua)

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