Pulcinella, mostruosità e paradosso del genere umano

pulcinellaLa tragedia greca, la commedia greca sono la restituzione semanticamente elaborata del dramma-racconto originario, in cui la Maschera ha coperto il Volto, ha coperto il disvelamento del desiderio, in cui il teatro del doppio , del crudo e del cotto, del Dionisiaco e dell’Apollineo, della cultura e della natura umana, trovano nell’intercapedine coscienziale un proprio linguaggio.

Nella sparizione dei generi, delle classi, dei nomina, delle differenze tra ingenui e servi, la maschera permette la commistione dei generi, la commistione sessuale, la trasgressione senza limite dei desideri tra il lecito e l’illecito, nella temporalità sospesa della Festa, la dimensione transferenziale tra la vita e la morte, e – ciò che più allarma la coscienza strutturata degli individui occidentali- la identificazione con l’aspetto animale, istintuale e crudele dell’archetipo umano. La morte, i morti, si permettono di vivere tra i vivi e i vivi di morire a se stessi in una dimensione di trance, in cui nel fondo di questo dramma si cerca una connessione con le potenze infere(23).

Ma il mito di Horus, introduce una differenza, un’ ipotesi di salvezza dei figli dai padri e dalle madri, un viaggio esoterico verso una dimensione trascendente e sapienziale che trasforma un Pulchenus in Falco,un Dioniso Baccho in Helios , attraverso l’amore materno che ricompone il dramma del figlio, allontanando il padre, Osiride, nel regno dei Morti(24). I passaggi alchemici e cabalistici di questa dimensione iniziatica dal mondo terreno, materno a quello celeste, nel ciclo della nascita, della crescita e della morte, sono scritti nei panni del filosofo cencioso, che mascherato con la maschera del morto, col cappello frigio, si allontana attraverso l’Onirico, alla ricerca di una saggezza perduta, sulla Luna, sul corpo altro di sua madre, Selene. Sono le dimensioni simboliche del Nero, del Bianco e del Rosso. Il Puchenus/Pulcinella viaggia come Astolfo su una navicella che porta i simboli di Iside alla volta della luna e strappa ad essa un segreto, che rinchiude in una ampolla. Il filosofo cencioso, il Figlio del falco Horus, rinasce di una linfa nuova che non è la Metis-Theut,la saggezza della Scimmia, né quella della dea Civetta, Athena che nasce dalla mente di Zeus ma la sapienza ancestrale della Luna, per diventare egli stesso il Sole(Helios) che spicca in alto, nel suo attraversare il cielo. Adesso è anche il dio Phanes(Eros) nel suo essere diventato maschio adulto.

Il segreto della vita e della morte , è il segreto di Pulcinella. E’ una dimensione iniziatica, stulta, di chi ha dimenticato la propria casa, la curia etrusca e romana e la ritrova come astro nascente, negli astri. Aster è astro e astore, falcone. Come l’eponimo etrusco di Capua, Capys, padre di Anchise, dàrdano tirrenico, secondo Servio significa Falcone. Capys dunque falcone è presumibilmente l’antenato totemico degli Etruschi di Capua(25). La cosiddetta Tegola di Capua, di oltre trecento righe in etrusco, che non è altro che un memorandum libro del culto, un liber ritualis del cerimoniale etrusco proprio del V sec. a.C., simile alle coeve Tavole iguvine, le Tavole di Gubbio in territorio umbro, ci rafforza in questa idea affacciata dal Torelli: che la prisca teologia etrusca, la disciplina aruspicina, si sia in qualche modo allineata alle sue fonti originarie dell’area egeo-anatolica (il culto di Cibele e Dioniso) e fenicio-siriane (Il culto di Iside-Astarte) nella fase di dominio egittizzante in opposizione all’ordo religiosus et militaris romano, per poi, per ironia della sorte e del tempo, essere a sua volta contaminato dal culto del Divino Cesare imperiale, in Divinità solare orientale, in Eliogabalo(26).

Ai misterya, come ai saturnalia romani, venivano ammessi anche gli stulti , coloro che hanno dimenticato, perché dispersi, allontanati, la propria identità sociale, collettiva. E il Pulchenus/pulcinella è esattamente uno stolto, un cetrulo, goffo che spesso entra in scena come disperso in una notte cosmica. E’ uscito stolto, sporco e ignorante dall’Uovo Cosmico, la sua macchia sulla faccia è l’ignominia, la vergogna dipinta sul Volto, trasforma il suo volto in una maschera, la sua vergogna, la sua menzogna, il suo desiderio negato diventa la sua verità. La mostruosità del suo Volto/Maschera diventa il paradigma della Mostruosità del genere umano, attraverso una linea discendente di poveri pulcinellini. Disgraziati come lui, tutti quelli che hanno lo Stigma, il segno di riconoscimento di Dio, sul Volto/Maschera di ogni altro come lui. I loro segni sono volgari, anonimi, licenziosi, cenciosi. Indossa una maschera aguzza, un panno cencioso e un cappello frigio, egli è la parodìa di un Dio, è ridicolo più che comico. Il paradosso è la sua filosofia incognita, non conosce né lingua né linguaggio ma la parla.

Quelli come lui, quelli segnati dallo Stigma, rappresentano tutto ciò che non è possibile eliminare, dunque sono all’origine stessa della condizione umana(27). Perchè secondo il detto di Eraclito di Efeso, la natura ama nascondersi e il celamento, il nascondimento è il letto funebre, l’oblio, in cui la verità che riemerge alla coscienza, il suo risveglio, la sua autocoscienza, è una divinità secondo Parmenide. L’aletheia, il venire alla luce del suo essere come vero, non è altro che il prodotto di Memnosyne, madre della Scienza e delle Muse. Parmenide il venerando, il patriarca filosofo e medico che insegnava la sua dottrina dell’unicità dell’essere nella città santuario di Elea, alla foce campana del Sele(28).
Come un elemento carsico dunque, il dramma di Pulcinella entra ed esce dalla scena del mondo, il mondo è la sua scena, quando diventerà oltre che maschera, oscena e fescennina, anche Persona, personaggio(dall’etrusco phersu, maschera, simulazione), la commedia dell’Arte ne farà un suo figlio incognito, inspiegato, un orfano e la sua stoltezza diventerà il paradigma dell’offesa, della relazione negata, alienata nel Servo e nel Padrone, di tutti quelli che clandestini cercano un mondo in cui sostare. Nel ciclo religioso cristiano, paradossalmente Pulcinella diventerà quasi Il Cristo che muore sulla Croce gli dà un’altra possibilità sulla scena del mondo, viene associato al Carnevale e muore prima che con la Quaresima , muoia un altro Figlio dilaniato, ma sulla Croce.

Il ciclo della festa pagana e quello del sacro, hanno in fine un altro segno. Ma entrambi conoscono il segreto della morte, l’uno muore da stolto ma innocente sul palcoscenico, l’altro da Innocente vede cos’è il mondo ma dalla Croce. Solo una città come Napoli poteva elevare a Cristo un Pulcinella, la verità a maschera, il doppio a elemento di resistenza umana contro un potere simbolico che si instaura nella celebrazione di un altro travestimento, la messa in scena del suo essere osceno, la sua falloforia permanente(29). Ma quando può Pulcinella scappa, si unisce alle carovane nomadiche che da Napoli muovono con i commedianti, con i saltimbanchi e i musicanti della nascente scuola napoletana di canto scenico. Viene conosciuto in tutt’Europa quale maschera dissacrante alla corte del re Sole. Si associa allora al pensiero libertino francese di Cyrano di Bergerac e di Gassendi , si mescola al pensiero magico naturalista dei pensatori rinascimentali napoletani, meritando una litografia di Ludovico Carracci. Ma è già un personaggio storico, Paolo Cinelli da Cerra.La sua maschera adesso è un corpo nel corpo della Napoli seicentesca, tra villanelle e teatro popolare, mentre una religione tenebrosa e un’ epoca traboccante Eros sublimato nelle volute barocche, diffonde il senso della morte per i vicoli maleodoranti della Napoli spagnola.

E’ in questo periodo che frequenta le taverne e i pubblici ludìbri. E’ in questo periodo che Pulcinella fonda il suo teatro nella Napoli storica, nei sottoscala o nelle cantine maleodoranti di vino rosso. In fondo il teatro romano, il teatro di Nerone, era dentro i decumani della Napoli storica. Il suo teatro, solo il suo teatro diventa palcoscenico di piazza. La sua maschera secondo i Gesuiti, è il velario del Cristo, ma i suoi cortei coribantici della Piedigrotta napoletana, segnano il territorio della trasgressione e dell’ eccesso, dalla piazza del Mercato ai Piedi della Grotta dove si trovava il Serapeion, a Pizzo Falcone, luogo ancestrale, secondo la leggenda, del ritrovamento del corpo della sirena Partenope, nella Magaride greca. Nel teatro napoletano del settecento napoletano, nel teatro presepiale,della Cantata dei pastori di sant’Alfonso dei Liguori, Pulcinella non ha più posto(30).

A mo’ di conclusione

Saranno i grandi interpreti della fine dell’Ottocento e del Novecento a ricollocare la maschera nel teatro moderno, ma sarà un Pulcinella che vaneggia, che soliloquia alla Luna i destini del mondo. Sarà il suo, il vero teatro della povertà e dell’assurdo. Beckett, Ionesco ed Eduardo gli faranno parlare il linguaggio di J.Paul Sartre: il teatro della morte dell’anima per la prima volta lo riguarderà come narratema alla James Joyce. Come nella grande interpretazione che ne rese Leo De Berardinis negli anni ’70 al teatro di Trastevere a Roma. Ma qui è un altro discorso, il discorso dell’anima del mondo che si effonde da una maschera.

A Pulcinella si sono interessati: Croce, Nietzsche, Freud, Lacan, Deleuze, Foucault, Artaud, Bataille, R.Caillois, e i loro discepoli degli Alti Studi come Alessandro Fontana; Lombardi Satriani e R. De Maio; ha avuto come interpreti i Cammarano, i fratelli Petito, De Martino, Eduardo De Filippo e Gianni Crosio, che per sua volontà non ritenne di poter trasmettere com’era uso la maschera. Non riteneva che la tradizione del Pulcinella potesse essere più compresa, la sua maschera infatti non è un mimo ma appartiene al segreto del mistero umano(31). Solo chi conosce il suo segreto scritto nel mondo infero dell’inconscio, il suo amletico ondeggiare, può parlare la lingua del suo volto. Che è poi il volto scaramantico, vestibolare, isterico di un’intera città votata al culto pagano di tutte le divinità possibili. San Gennaro, lo Januario, sciamano dai poteri magici e taumaturgici capaci di miracolare un sangue che non si rattrappisce, eroe cristiano delle omonime catacombe, è patrono della città, ma anche delle sue viscere.

La religione popolare, che dedica al santo i peggiori insulti che si possano immaginare, la leggenda dice che abbia il potere di fermare la lava del Vesuvio, come fosse il sangue delle sue stesse vene, come l’Uovo magico deposto da Virgilio mago e poeta, nel Castello dell’Ovo, a protezione orfica e pitagorica della città stessa, abbia il potere di donarle Fortuna e Immortalità.

Vincenzo Crosio

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