Cuma, una storia millenaria: contribuì anche alla nascita dell’Impero

porte-palatine2Il rilevante apporto di Cuma alla nascita dell’impero.

…Nell’autunno del 40 a.C. venne concluso il trattato di Brindisi, con cui triunviri avevano disciplinato la riorganizzazione delle terre conquistate: a Lepido, sempre più emarginato, fu assegnata l’Africa; Ottaviano si appropriò dell’Occidente e dell’Italia, mentre l’Egitto e l’Oriente finirono sotto il controllo di Antonio.
Nell’ottobre dello stesso anno il patto, che stipulava la divisione delle terre soggiogate, fu suggellato dalle nozze di Antonio con Ottavia, sorella di Ottaviano, in una sontuosa festa a Roma.

Con il trattato di Miseno del 39 a. C. Ottaviano aveva trovato l’accordo con Sesto Pompeo, riconoscendolo ufficialmente come partner nella gestione del potere, a cui andarono la Sicilia, la Sardegna, la Corsica e anche il Peloponneso, oltre ad assicuragli il consolato nel 35 a.C.
Con quel patto sembrava così compiuto un passo decisivo verso la riconciliazione e la pacificazione interna.

Come contropartita Ottaviano ottenne lo sblocco navale dei rifornimenti per Roma e la popolazione poté finalmente ricevere di nuovo sufficienti scorte frumentarie.
Scrive Tacito: “…Non si poteva dimenticare che, negli anni della sua giovinezza, il futuro Augusto non si era fatto scrupolo di cambiare parte nella lotta politica, aveva ingaggiato soldati, senza alcun incarico ufficiale, corrompendoli con il denaro, e aveva carpito una posizione ufficiale grazie a una sua pretesa inclinazione per la causa repubblicana. Tradimento, inganno degli avversari politici, brutalità contro i cittadini erano le sue “virtù”, se solo questo poteva servire alla causa, alla sua aspirazione al dominio.”

il 17 gennaio del 38, Ottaviano sposò Livia. Il matrimonio rafforzò la base di Ottaviano nell’antica aristocrazia, consentendogli di allontanarsi i fretta dagli accordi di Miseno. Il potere rimasto intatto e addirittura rafforzato di Sesto Pompeo limitava troppo Ottaviano, che cercò di contenerlo già nel 38 a. C., quando uno dei comandanti della flotta di Pompeo gli consegnò la Corsica e la Sardegna.

Ma il Neptuni filius era ancora troppo forte e Antonio non voleva in alcun modo il suo annientamento.
In quei momenti si era venuta a creare una strana situazione nella lotta per il potere.
Antonio, un “cesariano”, stava per stipulare un’alleanza con Sesto Pompeo, un presunto “repubblicano”, mentre Ottaviano tesseva la sua oscura ragnatela politico-militare, preoccupandosi da un lato di rafforzare la flotta militare e dall’altro di ottenere il consenso nonché l’aiuto di Antonio.
La flotta venne allestita da Marco Vipsanio Agrippa, nei cantieri navali disposti nell’Averno, dotandola di innovative macchine belliche (harpax).

Nel settembre del 37 a.C. i tre boss al potere, decisero di prolungare il triunvirato per altri cinque anni. L’intesa sancita, che consentiva un sostegno militare reciproco, prevedeva che Antonio cedesse a Ottaviano, per contrastare l’animosità di Sesto Pompeo, 120 navi della propria flotta, mentre Ottaviano da parte sua doveva mandare ad Antonio 20 mila legionari per la guerra contro i Parti.
Con abile mossa politica, nello stesso anno, grazie al trattato di Taranto (37 a. C.), Ottaviano si assicurò l’appoggio incondizionato di Antonio e Lepido contro Sesto Pompeo.
Ciò significava la continuazione delle guerre civili.**
Il giovane Cesare concentrò, allora, tutta la sua potenza militare di terra e di mare in Sicilia, dove rischiò anche la vita a seguito di diverse sconfitte.
Nelle epiche battaglie di Mile (Milazzo) dell’agosto del 36 e di Nauloco del 3 settembre del 36, combattute nelle acque a nord della Sicilia, Agrippa sconfisse le armate ribelli, indebolendole al punto che Sesto Pompeo non potè più tenere le proprie posizioni.

Scampato fortunosamente alla morte, con quanto restava della sua flotta riparò in Asia Minore da cui, con disperati attacchi verso la costa e la città di Nicomedia, tentò di sottrarsi al suo destino. Ma erano i colpi di coda di un uomo ormai braccato e senza via di scampo.
Dopo alterne vicende militari, Sesto fu catturato in Frigia dalle armate di Tizio, generale di Antonio, e messo a morte a Mileto nel 35 a. C.
Una parte del suo esercito si arrese a Ottaviano in Sicilia, alcune legioni a Lepido. Lepido, che era già presente in Sicilia con la sue legioni, si sentì così forte da pretendere la cessione dell’isola, ma sopravvalutava la sua potenza e non calcolava l’abilità del suo avversario nell’influenzare le truppe. E in questo campo, il futuro Cesare era un maestro.

Ottaviano era un’abile uomo politico, un maestro dell’intrigo, e nel tempo aveva dato dimostrostrazione di saper ben esercitare la sua influenza sulle grandi masse, una capacità per lo più connessa con il versamento di grandi somme di denaro, per facilitarne il cambio di parte e di opinione.
Storia vecchia, quindi, quella della compravendita del consenso, soprattutto elettorale; una pratica schifosa, intollerabile e volgare, che affonda in tutta la sua porcheria nelle redici della storia e che si affinerà sempre più nel corso dei secoli –

Allorquando in Occidente Ottaviano trionfava su Sesto Pompeo, in Oriente Antonio usciva sconfitto e umiliato dalla guerra contro i Parti, subendo l’onta di conseguire un risultato contrario al suo intento: invece che gloria militare e riconquista delle insegne di guerra perdute da Crasso, subì una sconfitta umiliante.
Antonio trascurava tali sottigliezze politico-militari, non considerando affatto quanto l’arma propagandistica della sua sconfitta potesse essere usata da Ottaviano a proprio vantaggio. La sconfitta contro i Parti aveva incrinato la fama del grande generale e Ottaviano ne approfittò per causargli un’ulteriore perdida di prestigio: con calcolo premeditato, non mantenne fede al patto stipulato precedentemente, inviandogli, al seguito di Ottavia, appena duemila dei ventimila legionari assicurati nel trattato. Per reintegrare le perdite subite, Antonio si rivolse allora a Cleopatra, con la quale aveva da tempo una relazione amorosa che gli aveva già dato dei figli, e invitò Ottavia a far ritorno a Roma.

Con quell’atto scellerato, di cieca strategia politica, Antonio segnava la sua fine. Ora Ottaviano poteva agire apertamente. Nel 32 a.C., dopo animate vicende politiche e aspri scontri in senato con Ottaviano, molti consoli e senatori fedeli ad Antonio abbandonarono Roma e ripararono in Oriente. Nel 31 a.C. Antonio fu privato dei poteri triunvirali e del consolato.
Nell’autunno dello stesso anno, Ottaviano dichiarò guerra a Cleopatra, le cui truppe minacciavano Roma e l’Italia.
E fu di nuovo guerra civile.

Una moltitudine di navi da guerra, costruite e preparate da Agrippa per la battaglia nel cantiere navale dell’Averno, presero il canale di collegamento con il Lucrino, oltrepassarono il più ampio canale del Portus Iulius e dispiegarono le vele al vento verso sud.
Furono le profonde acque innanzi al promontorio greco di Azio, a fungere da teatro naturale al fratricida evento bellico.
A largo del golfo di Arta, il 2 – IX – del 31 a.C., si svolse la decisiva battaglia navale tra Ottaviano e Antonio. Le due flotte, comandate da Gaio Sosio e da Agrippa, si fronteggiarono a lungo, prima di dar coso allo scontro finale. La battaglia fu dura e incerta fin dall’inizio, ma l’inaspettata fuga delle sessanta navi di Cleopatra consentì ad Ottaviano una schiacciante vittoria.
Successivamente, come asserisce Tacito, le navi rostrate conquistate nella battaglia furono –frettolosamente – inviate da Augusto al porto di Forum Julium (odierna Fréjus), per proteggere le vicine coste della Gallia meridionale (Francia Mediterranea).
Pochi mesi dopo, nel febbraio del 30, Ottaviano mosse le legioni verso Alessandria, ma non vi fu scontro. Ormai braccati e senza vie di scampo, Antonio e Cleopatra preferirono togliersi la vita.
Con la definitiva vittoria su Antonio, Ottaviano conseguì il controllo di tutto l’Oriente e legittimò il suo potere sull’Egitto, divenendo l’uomo più ricco e potente del nascente impero.
Nel 27 a. C., il senato gli conferì il titolo di Augusto.

Con la sconfitta di Antonio, Ottaviano segnava la fine delle guerre civili e della Res publicae, dando il via ad una dittatura che opprimerà il mondo per oltre quatto secoli.
Ma fu proprio negli “Ardenti Campi”, dei Greci prima e dei Romani poi, che s’intrecciarono – indissolubilmente – le sorti di Roma con quelle dell’Antico Occidente.
Cuma, in particolare, ebbe il merito di cambiare, in momenti e in situazioni storiche diverse, il fato della città eterna. In tre distinte battaglie contese la Piana Campana agli etruschi (524, 504 e 474 a,C.), la più importante, l’ultima, fu cantata da Pindaro. Nel 474 a.C., con l’aiuto dei greci siracusani di Jerone, debellò definitivamente la minaccia etrusca dal basso Tirreno. La battaglia, che contrappose allo schieramento navale etrusco quello cumano – siracusano, si consumò a largo delle acque cumane. Quell’epico scontro cambiò il futuro di Roma notevolmente.

E fu così che, di lì a poco, cadde la cappa aristocratica ed egemonica dei Tarquini su Roma e nacque la Repubblica.
Secoli dopo, grazie alle navi flegree costruite nell’Averno, impiegate nell’Egeo e alla base militare di Cuma, nacque l’impero. L’antica città greca, dopo la vittoriosa battaglia navale di Azio e la dipartita di Antonio, ottenne privilegi che l’avvicinarono ancor di più alle sorti di Roma: il municipium (status di città romana) ed il diritto ad usare il latino negli atti ufficiali.

Fu ridisegnato un nuovo assetto organico e funzionale della città, provvedendola delle strutture e infrastrutture urbanistiche necessarie al suo sviluppo. Per renderla più inerente e adeguata alle nuove politiche d’urbanizzazione volute da Augusto, mediante cardini e decumani venne modificato l’antico ordine greco-sannitico. Le trasformazioni architettoniche avvenute in quel periodo storico, testimoniano come il Princeps intese equiparare Cuma ad una vera e propria città romana. Ottaviano, dopo la vittoriosa battaglia navale di Azio, per celebrare il “Trionfo della Vittoria” nella città che l’aveva ospitato, fece modificare l’originario assetto del Tempio di Apollo, da nord-sud in nord-est sud-ovest.

*Harpax: macchina d’abbordaggio ideata da Agrippa. macchina d’abordaggio ideata da Agrippa. Era «un legno lungo cinque cubiti [~2,2 m] rinforzato intorno con del ferro ed avente alle due estremità due anelli. Uno dei due anelli reggeva lo stesso arpax, quasi un uncino di ferro, l’altro reggeva parecchie funi che tiravano con argani l’arpax, dopo che con un lancio di catapulte aveva afferrato la nave avversaria»

**Nelle sue res gestae Augusto, in seguito, minimizzò questo episodio con la definizione “guerra piratica”.

Continua…

Gruppo Cultura – Freebacoli

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