Casina Vanvitelliana, tuffo nel passato: ‘Na jurnata ‘a casa d’o Rré

casinavanvitellianaIl colpo d’occhio è fantastico e riporta al mondo delle favole, al tempo del mito e della leggenda, al tempo in cui per gli Antichi la terra era immobile.

Basta solo chiudere gli occhi e…

Una densa bruma stazionava da ore sulle calme acque del lago, che i greci chiamarono Acheron ed i romani Palus Acherusia, dove si diceva che aleggiassero le anime dei morti prima di trasferirsi nell’Ade, nell’oscuro mondo delle ombre dell’Averno. Una cornice di dune sabbiose e di intricate macchie verdi a guisa di cespuglio, univa, in un ideale abbraccio, la domus marittima del console romano Servilio Vatia alla spelonca della Sibilla, posta, dalla divina mano del sommo vate Publio Virgilio Marone, nell’immortale rupe della Polis di Cumae. Un lungo canale navigabile collegava lo specchio lacustre al porto cumano, dal cui molo si ergeva il tempio dedicato a Iside, la dea protettrice dei marinai, della navigazione e del commercio marittimo.

…Mentre rimembravo il paesaggio, destato dal rintronante scalpiccio di zoccoli sul basolato, mi giro e vedo venirmi incontro due carrozze gentilizie. La pavimentazione stradale era alquanto sconnessa, tanto che le ruote delle carri sobbalzavano nelle larghe commessure della strada lastricata.

Gli otto cavalli da tiro (quattro per parte) erano maestosi e neri come la pece. Per l’occasione, oltre ai finimenti migliori e alla fine pennacchiera, erano state scelte bardature di stoffe di colore amaranto, impreziosite da orlature giallo-oro. Le povere bestie arrancavano a fatica, battevano gli zoccoli sul selciato, ma scivolavano rapidi sulla superficie sdrucciolevole, producendo fiammelle sfavillanti e un rumore rintronante.

Pochi istanti, un colpo di frusta e: “Oh, oh…ferma!”, ordinò, il cocchiere.

I cavalli si arrestarono di colpo. Presi dalla stanchezza, scuotevano la testa e la folta criniera, dilatavano le nari e nitrivano dalla fatica. Delle larghe chiazze bianche di sudore campeggiavano sui loro dorsi, mentre rilasciavano cascanti filacce di bava, disperdendole a raggiera sul selciato. Il palafreniere, che aveva lasciato la staffa e abbassata la maniglia, toltosi il cappello, con calma aprì la portiera della carrozza gentilizia. Indossava la livrea d’occasione, caratterizzata, nella foggia più tipica, da calzoni a polpaccio, calze bianche e scarpe con fibbia.

“Maestà, mo’ putite pure scennere!”, disse il servo, inchinandosi nell’atto dell’umile sottomissione.

“Tummasì, si proprio ‘nu buonommo… ma te scuorde ca tieni n’età e staje chine d’artrosi. Aizete, si no te spiezze ‘e rine!”, disse re Ferdinando, ponendogli la mano sulla spalla.

Dall’altro lato del viale, una cinquantina di villici avevano iniziato a scandire il suo nome, prima timidamente, poi con maggior coraggio e vigore.

“’O rre! E’ venuto ‘o rre! Viva ‘o rre!”, urlavano.

freetuour_casinaEra un’allegra manifestazione di voci di popolo, un po’ pacchiana e forse anche volgare, che si ripeteva a ogni uscita pubblica del re.

Compiaciuto da tanta calorosa accoglienza, re Ferdinando aveva alzato il bastone da passeggio e salutato la festante schiera di rustici. Il vecchio cadenzava un passo strano, quasi da parata, tanta era la fretta di giungere sul bordo del lago. Poi, d’un tratto si fermò e, rivolgendosi al suo fedele servitore, gli domandò:

“Tummasì, ma haje visto che bella guagliona? Tene doje zizze ca songhe ‘nu suonno: songhe comme a dduje mellune ‘e pane. Huà, ‘nu splendore!”.

“Eh,eh,eh! E comme nun l’agge vista…Maestà, Vuje avita aspettà sulo n’ato ‘u pucurillo e po’… aivoglia ‘e ve ciacia’!”, gli rispose Tommasino, con una risatina sardonica e una punta di invidia. L’idea di passare nel Real Casino ritempranti momenti di otia, dove poteva perdersi in lussuriosi giochi amorosi, lo ringalluzziva visibilmente e non vedeva l’ora d’iniziare.

“Tummasì…!”

“Dicite, Maestà!”

“Famme ‘na cortesia, aumma aumma, zompa ‘a chillat ‘u lato e addimandece comme se chiamma”.

Il buon Tommasino portò subito a termine il compito, ritornando poco dopo con la lieta novella.

Senza dare troppo nell’occhio, si accostò al re, tolse il cappello e bisbigliò: “Maestà, se chiamma Cuncettina!”.

Il re non disse niente, fece un cenno d’assenso e s’incamminò, tra giubilanti ali di folla. Ad attenderlo all’imbarcadero, una raffinata rotonda di pietrarsa aggettante sull’acqua, c’era l’architetto Carlo Vavitelli, con al fianco l’amico di sempre: il pittore di corte Jacob Philipp Hackert.

Fino ad allora, il re non l’aveva ancora vista, un po’ per colpa della strada polverosa, un po’ a causa degli alberi che ne occludevano la visuale. Ma quando innanzi agli occhi gli si parò lo splendore del tanto desiderato Casino Reale, non commentò, preferendo il silenzio ad inutili parole.

Di fronte a quella raffinata bellezza architettonica, cos’altro poteva fare se non irrigidirsi, spalancare gli occhi e rimanere a bocca aperta?

Tale era la commozione che provava, che dovette sedersi su una delle bitte. Per un tempo infinito rimase in assorto silenzio, fissandola con particolare intensità. Poi, improvvisamente, gli scappò un “Azz!”, proprio come faceva quando gli capitava di esternare la sua soddisfazione allorché adocchiava una bella e procace popolana.

Se la soddisfazione del re era palese, stessa cosa non poteva dirsi per la moglie Lucia Migliaccio, duchessa di Floridia. La “nobildonna” si lasciò andare a commenti e valutazioni tecniche alquanto azzardate e inopportune, ricevendo, dallo stuolo dei soliti lacchè al seguito, consensi e inchini a ripetizione.

Guardando la scena, la qual cosa mi meravigliò molto, tanto da farmi tornare alla mente le parole di Ugo Foscolo: “La passione della fama…degenera ne’ mediocri e ne’ vili in libidine di applauso volgare e di onori cortigianeschi”.

Non contenta delle occhiatacce del marito, che le arrivavano di sguincio a mo’ di fulmini, la duchessa guardò in cagnesco una cortigiana, forse una delle tanti amanti del re, e per prima volle imbarcarsi, senza rispettare il normale protocollo. Al re, intanto, si era avvicinato un certo Vicienzo, un vecchio che fin da piccolo aveva fatto il pescatore nel lago Fusaro; tra le mani aveva una cesta di vimini, con dentro una decina di ostriche già aperte e tre gialli limoni, poggiati su un letto di profumata alga marina.

“Maestà, assaggiatene una. Chesta è robba fresca!”.

Il re non si fece ripetere l’invito, ne prese una dalle mani del pescatore, vi spremette su qualche goccia di limone e la mandò giù con qualche risucchio di troppo. Sia pur non consona all’orario, ne aveva voluto comunque assaggiare una, per apprezzarne l’alta qualità di un prodotto rinomato e che riscuoteva grandi apprezzamenti su tutte le tavole del mondo.

Finita la deliziosa pausa, re Ferdinando si era presto imbarcato per giungere al piccolo isolotto che ospitava la Venere di tutte le fabbriche fino ad allora realizzate, la Casina Reale. Allorché pose il suo nobile piede sulla pietrarsa… “vide sotto l’etereo padiglion rotarsi più mondi, e il Sole irradiarli immoto (U. Foscolo).

Se la facciata e le balconate lasciavano senza fiato, mostrando un arricchimento del tema figurativo nelle paraste a bugne piatte e nei riquadri, coronate da decorazioni in stucco con motivi marini (conchiglie e granchi), fastosi erano gli arredi interni, con sete preziose di San Leucio, lampadari sfarzosi, quadri d’autore. Fra i più significativi, nel salone superiore, i dipinti del ciclo delle stagioni di J. Philipp Hackert e gli otto soggetti religiosi dell’artistica cappellina. Una rilevante ricchezza che lasciava meravigliosamente ammirati e stupefatti.

Continua….

Gruppo Cultura – Freebacoli

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