Punta Epitaffio, il gioco delle tre scimmiette: “Non vedo, non sento, non parlo”

punta epitaffioGalileo, nel 1633, sospettato di eresia è costretto ad abiurare le tesi copernicane per sfuggire al carcere, tuttavia, riferendosi alla terra, mormora “Eppur si muove!”.

Questa volta, senza voler scomodare il famoso scienziato del XVII sec., a muoversi è Punta dell’Epitaffio. E la cosa “strana” è che si muove da sempre, come la terra. Ma se da una parte ci sta che la forza generatrice di tutte le cose (madre natura) si lasci andare a periodici fenomeni, provocando sconvolgimenti, distruzione e morte, dall’altra, non è parimenti normale che l’uomo si contrapponga ad essa, mutando l’aspetto e le caratteristiche fisiche di una determinata area territoriale.

Ciò premesso, lo scorso gennaio, la litoranea via provinciale è stata chiusa al traffico veicolare, causando disagi di ogni sorta a migliaia di automobilisti, a centinaia di pendolari e ad altrettanti studenti, costretti, loro malgrado, a vere e proprie levatacce per ottemperare agli impegni quotidiani.

E non è mica la prima volta!

La storia ed i travagli di Punta dell’Epitaffio hanno inizio negli ottanta, quando una massa mista di terriccio e di scheggioni di tufo si staccò dal fronte roccioso e precipitò a valle, investendo un’autovettura in transito. Fu solo grazie alla benevole intercessione della Provvidenza che, per l’occasione, non si sfiorò la tragedia.

Alla modica cifra di £ 5.000 (Cinquemila) al dì, per ogni giunto (cravatta) utilizzato, l’intera strada venne foderata da tubolari Innocenti e chiusa al traffico veicolare. Per la cronaca, i lavori di ripristino e di messa in sicurezza del banco tufaceo durarono oltre due anni d’innumerevoli disagi, d’infinite maledizioni e di tonnellate di bestemmie.

Mesi dopo, il vulcanologo prof. Giuseppe Luongo, analizzata la fragilità di un’area soggetta da sempre ai capricci degli agenti atmosferici ed ai devastanti effetti del bradisismo, sentenziò: “Il costone della Punta dell’Epitaffio di Baia rappresenta l’aspetto apicale di un’area morfologicamente instabile; se a ciò aggiungiamo l’erosione marina, con l’acqua che s’insinua da sotto e infiltra il tufo; che la sua parte mediana è piena di cavità riferibili ad una serie di ambienti termali di epoca romana; che sulla cresta sono stati realizzati un ristorante ed alcune ville, allora capirete che: se su Punta dell’Epitaffio si toglie 1 Kg di tufo, non se ne possono mettere due di cemento”.

Parole sagge e allarmanti, che andavano quantomeno ascoltate e, invece…

Ignari alle visioni e ai richiami della scienza, si è continuato a perpetrare lo scempio, facendo finta di non vedere. In meno di vent’anni, su quel costone, che un tempo ospitava il Palazzo Pretorio dell’imperatore Claudio, si è costruito di tutto e di più, dalle ville alle villone, fino alla nascita di ristoranti a go-go, con relativi terrazzamenti, sorti come funghi dopo una spruzzata d’acqua.

Una scriteriata macrospeculazione edilizia

che ha devastato una delle aree fra le più belle e suggestive della terra flegrea, ricca di straordinarie preesistente archeologiche e di punti panoramici unici al mondo. Sul pianoro c’erano splendidi agrumeti e una rigogliosa campagna coltivata ad ortive, che facevano da cornice ad un suggestivo scenario a tratti lunare, caratterizzato da manifestazioni vulcaniche (mofete), da emissioni termiche di vapori ad alta temperatura. Oggi, quelle candide nuvolaglie di anidride carbonica, quelle antiche sentinelle del tempo, testimoni plurisecolari di una terra sconvolta da indicibili cataclismi, non ci sono più. I fluidi caldi sono stati convogliati in appositi impianti di riscaldamento e centralizzati ad uso e consumo di private abitazioni.

In quel periodo, l’ignavia e il qualunquismo delle tre scimmiette muovevano i loro primi passi: pratiche che affineranno, migliorandole nel tempo… a piè veloce.

scimmiette33Intanto che il “fai da te” continuava la sua opera devastatrice, avallato da una vergognosa quanto connivente cerchia di persone dedita al malaffare, si coprirono occhi, bocca e orecchi, scegliendo la vergogna del silenzio omertoso al canto imperituro di una bellezza senza tempo.

L’interesse ed il bieco cinismo,

il disinteresse alle regole e il freddo distacco, in aggiunta ad una bella dose di apatico menefreghismo, nel tempo hanno prodotto chilometri di lande desolate, cumuli di macerie e devastazioni, terre bruciate e deturpate, taglieggiate e saccheggiate da falsi curatori di greggi, da miseri plebei senza scrupoli e da plenipotenziari afferenti a criminali lobby affaristiche.

Ovviamente, se ciò si è verificato, non è da imputare alla magica mano dell’Onnipotente.

In meno di un ventennio abbiamo permesso che fosse devastato un luogo mirabile, uno scenario unico al mondo, annichilendone la bellezza, estirpandone l’anima e la storia.
Nella notte di ca. cinque anni fa, capita che allora fosse parte della strada a sprofondare in mare, proprio come aveva sommessamente predetto il prof. Luongo. E il danno, questa volta, veniva dal sottostante costone: dal mare.

Anche in quel caso la Divina Provvidenza giocò un ruolo determinante a vantaggio della pubblica incolumità, facendo sì che nessuno si facesse del male. Fortunatamente.
Ci furono “solo” altri mesi di chiusura e altri disagi, che andarono a colpire la già allarmante, se non precaria, piccola economia estiva degli operatori di settore. Dopo diversi cortei, pubbliche assemblee, manifestazioni e lunghi mesi di snervanti attese, ecco che il sindaco di allora, avv. Antonio Coppola, ebbe modo di manifestare tutto il suo inarrivabile ingegno. Con un lampo di genio, battendo sul tempo pavidi urbanisti e timorosi architetti, dal suo fervido cilindro tirò fuori la formula risolutiva, l’idea delle idee, quella che avrebbe definito una volta per tutte il problema. L’idea era senza eguali, avallata da uno tra i più grandi progettoni mai partoriti da mente umana: il ponte.

Chissà se il proponimento del sindaco

(questo non è dato saperlo) fosse quello di emulare un altro grande della storia di passaggio a Baia o forse era solo una boutade, ma sta di fatto che l’idea del ponte di collegamento, coast to coast da Baia e Pozzuoli, fu caldeggiata con forza. Fortunatamente, l’idea progetto non andò in porto e non se ne fece nulla: sarebbe stato altro spreco di danaro pubblico.

Ora, dopo anni di disagi, dopo che noi tutti abbiamo ben interpretato i dettami delle tre scimmiette, siamo certi che la rattoppatura al costone della Punta dell’Epitaffio regga ai ghiribizzi umorali del tempo e allo scempio testé descritto?

Ma non disperiamo, una piccola speranza di cambiamento c’è e va – assolutamente – coltivata. Si chiama “Shizaru”. E’ una quarta scimmietta. Simboleggia il principio di “non compiere il male” e può essere raffigurata con le mani incrociate. Se saremo capaci di farne buon uso, oltre ad acquisire quel mai sbocciato senso di appartenenza, sarà possibile abbandonare una volta per tutte i nostri cattivi costumi.

E’ una delle poche occasioni che ancora restano a questa terra, per salvarla da questo falso sviluppo senza progresso, che ci sta privando di tutte le bellezze del nostro passato.

Buena Vida

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.