Le dimissioni di Colombo, il viaggio senza meta del Centro Ittico

colomboC’era una nave pronta a partire a Bacoli. L’ambizioso progetto? Tracciare una rotta alternativa per raggiungere le Indie orientali, navigando verso Occidente. È il Centro Ittico Campano la nave incaricata di portare avanti la spedizione, allo scopo di mettere a reddito il 20% del territorio bacolese, tra immobili, infrastrutture e parchi naturali, senza più pagare dazio a nessuno. Questo almeno in principio. Allo stato attuale, infatti, ciò che doveva essere fonte di reddito e fiore all’occhiello della comunità sembra esser diventato per lo più un peso delle più disparate nature: economico, finanziario, amministrativo.

Non facendo ancora parte del diretto patrimonio comunale, i suoi beni vivono un periodo di profonda crisi non solo strutturale, ma anche d’identità. Non sembra esser chiaro a nessuno quale sia la bocca legittimata a fare la voce grossa e, come sempre accade in questi casi, il risultato è una profonda confusione in cui ognuno si sente in diritto di far ciò che vuole, a scapito della produttività prima e della regolarità dei procedimenti poi.

Non di secondaria importanza, in questa impietosa valutazione di opere e di intenti, appare la figura dell’Amministratore Delegato del CIC, Domenico Oriani, il cui curriculum dovrebbe parlar chiaro per quanto riguarda credibilità, garanzia e correttezza (legalità?) procedurale.

È lui l’ammiraglio Colombo

incaricato di portare la nave a destinazione ma, contestualmente e legittimamente, è lui stesso a denunciare e a fiutare l’aria di maretta. Peccherà forse di superficialità nel momento in cui accetta l’incarico? Non c’è dato saperlo. Fatto sta che una volta assunto l’impegno di questa spedizione il cui successo o fallimento nessuno sembra voler farsi carico giunti alla resa dei conti, qualsiasi constatazione di fatto operata a posteriori non alleggerisce il carico delle colpe che, da attribuire pro quota, gravano su tutti i soggetti complici di una gestione a dir poco fallimentare, dottor Oriani incluso.

Dopo poco più d’un anno di navigazione infatti, sembra non esserci più comunione d’intenti fra l’amministratore delegato e la proprietà che, lo ribadiamo, da proprietaria si comporta poco, esautorata a turno da locatari indisciplinati, comandanti ammutinati e, in primis, da essa stessa, in quanto tentennamenti e inerzia favoriscono comportamenti destabilizzanti da parte dei sottoposti.

L’ammiraglio ha infatti sì il potere, o per meglio dire la facoltà, di cambiare rotta a piacimento ma, dovendo sottostare a linee guida ben precise, ribaltando totalmente la direzione una volta arrivato in porto dovrà risponderne a chi di dovuto.

L’assoluzione è poi legittima ma, uscendo dalla metafora ed entrando nel caso di specie che è la gestione del lago Fusaro, non sembra esserci stato il processo.

In una situazione

in cui due opinioni così divergenti entrano in contrasto, e non volendo discutere in questa sede su quale sia “gerarchicamente” superiore all’altra, è chiaro che qualcuno deve aver sbagliato. Ammettiamo la riconciliazione certamente ma, trattandosi di questione pubblica perché pubblico è uno dei soggetti e di proprietà pubblica è l’oggetto della contesa, la reazione, di “perdono” o ammissione di colpa che sia, doveva essere pubblica.

E pubblica, per certi versi, lo è stata in quanto all’indomani della querelle e in vista di divergenze di vedute ancor più sostanziose per quanto attiene alla gestione delle 5 Lenze, l’ammiraglio ha pubblicamente annunciato il suo dissenso rassegnando le sue dimissioni, non mancando di accusare una proprietà distratta “in ordine alle gravi problematiche di ordine finanziario e organizzativo che affligono la Società”.

Tra le righe delle motivazioni si legge infatti una profonda sfiducia nelle direttive della proprietà che, secondo Oriani, non solo non sarebbero le più idonee a rivalutare l’immenso patrimonio societario ma anche totalmente disinteressate a farlo, vista una disattenzione sistematica per tutti i problemi strutturali ed economici che l’AD ha prontamente denunciato nel corso del suo mandato.

L’ammutinamento è completo:

Colombo parte da Palos con l’incarico di raggiungere le Indie e, dopo essersi ritrovato, al posto della Nina della Pinta e della Santa Maria, tre gozzi malamente acconciati e dopo aver arbitrariamente virato verso le Canarie, rassegna le sue dimissioni dall’incarico. Come reagirà Isabella?

Ragione vorrebbe che, dopo una condotta così sconsiderata, le dimissioni venissero accettate senza riserve. È invece proprio la proprietà a fare un passo indietro, ribadendo una fiducia che reciproca più non è e non volendo evidentemente rinunciare ad una figura di garanzia quale quella del Presidente Oriani. Le dimissioni vengono prontamente ritirate a meno di un mese dalla presentazione delle stesse sebbene le divergenze, in aperto contrasto con quanto detto in premessa e con quanto vorrebbe la razionalità, non sembrano esser state appianate, almeno non da parte dell’ex magistrato.

Appare paradossale infatti ma, nell’intervento tenuto in Consiglio Comunale da Oriani, continuano ad esser denunciate le stesse mancanze e le stesse problematiche di quelle contenute nella lettera di dimissioni. Sono esclusivamente le conclusioni a cambiare: “Resto!”.

Cosa sia stato detto

e chi abbia parlato durante il consiglio d’amministrazione del 6 Febbraio per convincere l’AD a tornare rimarrà probabilmente un mistero, così come un mistero resta l’effettiva volontà da parte di chi ci governa riguardo alla gestione del CIC. Tre amministratori in quattro anni conditi da quattro lettere di dimissioni e una condanna in primo grado certo, non sono un buon segnale né ci fanno ben sperare.

Neanche Colombo arrivò nelle Indie ma, così facendo, siamo certi che non sarebbe arrivato neanche a Ponza.

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