Bacoli, ombre di malapolitica e camorra sull’acqua potabile inquinata nel 2008

arsenico-acquaIl nuovo filone investigativo sulla potabilità dell’acqua nelle province di Napoli e Caserta porta dritto al settore «Ciclo Integrato delle acque» della Regione Campania, un ufficio dell’ente regionale che vanta 29 dipendenti e un direttore. È lì che si è concentrata l’attenzione della procura Antimafia di Napoli nel 2012. Ed è lì che le carte «parlano» ancora.

L’inchiesta

Sulla base di articoli pubblicati dal Mattino, un anno e mezzo fa, venne aperto un fascicolo d’indagine sull’affidamento di incarichi sulle opere commissionate dalla Regione in regime di somma urgenza, senza gare pubbliche. Una buona parte delle società aveva sede a San Cipriano d’Aversa, Casapesenna e Aversa e i nomi di alcuni soci rimandavano a un elenco di persone che finirono nelle mani dell’Antimafia, che stava indagando sul boss del clan dei Casalesi, Michele Zagaria. Storia nota. Ma tra i documenti incamerati dalla procura in un primo step d’indagine, il pm della Dda di Napoli, Antonello Ardituro, scoprì anche che molte analisi sulla potabilità dell’acqua non erano state eseguite direttamente dalla Regione, ma da laboratori privati senza alcuna convenzione con la Regione Campania. Una procedura anomala per gli inquirenti, perché con una legge del 2001 viene stabilito il principio secondo cui solo la Regione Campania può certificare la potabilità dell’acqua.

Ed è così che dall’inchiesta principale sugli affidamenti diretti dei lavori nasce ora un’indagine parallela che porta a nove laboratori privati: l’Eurolab srl di Battipaglia, la Scar srl della zona industriale di San Marco Evangelista, la Natura srl di Casoria, il Centro Diagnostico Roselli di Sperone, l’Ultrabios di Nocera Inferiore, la Biopat di Sant’Angelo a Cupolo, Villa Carolina di Torre del Greco, l’Eco Control di Caserta e la Sca srl di Marigliano. Sono questi i centri non convenzionati che forniscono alla Regione i dati che si scontrano con quelli sull’inquinamento delle acque riscontrato dalla base della Marina americana.

Da un lato, nel 2008 gli americani fuggono dalle case prese in affitto da prestanomi dei boss, tirando fuori i dati sul veleno presente nelle acque che sgorgano dai rubinetti delle ville di Casal di Principe. Dall’altro, la Regione sbandiera dati che definiscono l’acqua potabile. Nel mezzo, i carabinieri del nucleo operativo di Caserta che hanno in mano il secondo fascicolo, nato dalla gemmazione del primo filone, incrociano i dati. E fanno una seconda scoperta: i funzionari dell’ufficio «Ciclo integrato delle acque», che hanno autorizzato gli affidamenti diretti per la manutenzione delle condotte idriche alle ditte «chiacchierate», sono gli stessi che hanno affidato le analisi sulla potabilità ai laboratori privi di convenzione.

Regione e camorra

10182_10202735638372667_1189432418_nSul tutto, cade la mannaia di una terza scoperta, venuta fuori durante un interrogatorio del pentito del clan dei Casalesi, Salvatore Venosa che spiega: «Imprenditori legati alla camorra hanno lavorato per la Regione nel settore idrico». E fa i nomi di tutti i soci compromessi, in parte venuti fuori nel 2012, ma in parte nuovi e considerati attivi nel settore delle analisi. Da qui, il sospetto per la procura che le stesse procedure per stabilire l’inquinamento o meno delle acque siano «contaminate», quindi non siano vere. Per questo, nell’ordine di esibizione di documenti firmato dal pm Ardituro nel blitz di mercoledì sono stati richiesti alcuni dati: la tipologia delle analisi eseguite per conto del settore idrico tra il 2009 e il 2013, la data di inizio della collaborazione, il termine e i criteri attraverso cui gli accertamenti sono stati eseguiti (metodi, prelievo e periodicità).

I dati sulla potabilità dell’acqua sbandierati dalla Regione, dunque, potrebbero essere alterati. Ma è solo un’ipotesi, per ora. Su questo stanno lavorando gli inquirenti con i documenti sequestrati presso il comando militare statunitense, presso l’Arpac e la G.O.R.I. Spa (l’unico ente convenzionato con la Regione che gestisce il Servizio Idrico Ato3). Il motivo del sequestro alla Gori va ricercato nella necessità di un «riscontro delle notizie informalmente acquisite secondo cui anche tale struttura, – si legge nell’ordine eseguito dai militari – non si sarebbe ancora adeguata alle medesime disposizioni normative».

I veleni di Bacoli

Un altro indizio rimanda al 2008. In quell’anno, l’acqua che scende dai rubinetti delle case di Bacoli si tinge improvvisamente di marrone. I cittadini scendono in strada e protestano fino a quando il sindaco firma un’ordinanza con cui dispone il non utilizzo dell’acqua. Bacoli si ferma. Ma la sorpresa arriva alla fine. L’impresa che aveva provveduto alla manutenzione della rete idrica era di Casapesenna: la «D’Alessandro costruzioni». La stessa che compare nell’elenco di 24 assegnatarie degli appalti finite sotto la lente d’ingrandimento della magistratura con la prima inchiesta della Dda su Zagaria.

In sostanza, la ditta «D’Alessandro» avrebbe utilizzato un solvente non adeguato per impermeabilizzare le due vasche che contengono l’acqua. Nelle analisi eseguite dall’Arpac, sei anni fa, venne fuori che l’acqua di Bacoli conteneva dicloroetilene, Pxilene e Dicoloropopano in dosi elevatissime. Una sorta di miscuglio di veleni. All’epoca nessuno si chiese come mai una ditta di Casapesenna era finita a Bacoli a impermeabilizzare le vasche.

Ora, probabilmente, la magistratura ha una buona pista per rispondere alla domanda.

(continua)

Marilù Musto – Il Mattino

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