La necessità di governare, una missione per le nuove generazioni

macchinaLe categorie del Politico. L’ultima estrema illusione: governare stando allo specchio. Lettera filosofica alle nuove generazioni nella speranza di un Risveglio.

Le ultime generazioni, privi di padri nobili, di filosofie adeguate, di carattere, di spirito di sacrificio, allevati nel mollume scolastico e familiare, nell’illusione che la vita fosse…come dire…una pacchia perenne, privi di iniziazioni sociali, comunitarie, – laddove ogni società precedente per quanto primitiva e rozza, aveva avuto la cura di preparare la gioventù all’onore, alla virtù e al coraggio -, le ultime generazioni sono indotte a guardarsi allo specchio (passività dello spirito) non elaborando nessuna strategia e nessun pensiero, spesso tessendo l’elogio di un ozio nemmeno procurato e del futile inganno.

Dunque vivono nell’infamia e nel non decoro.

Ma vivono, grazie a Dio, anche nell’Innocenza, sebbene privi di Grazia. Ma non sono solo loro. Nella società della coscienza infelice non si puoi addebitare loro le colpe dei padri. Si muovono in un universo oggettivamente ostile (le esplosioni cosmiche di gas interstellari, le angosce per una vita condannata alla morte senza sapere perché…), complesso e precario; l’instabilità li deforma al pari di un plexiglass piegato dal fuoco di una fiamma ossidrica.

E combattono una battaglia fuori luogo e fuori tempo. Una trappola mortale che loro, come Pollicino che va all’indietro nel tentativo di recuperare una labile memoria, non capiscono nemmeno dopo e dietro la prova dell’errore. E’ un aspetto della castrazione simbolica che le loro madri, per vendetta femminile,e i loro padri, per incapacità virile, hanno inconsciamente voluto, come debito d’onore ad un ideale sovrumano di ascesi all’incontrario. L’imbecillità collettiva. La coscienza infelice, frutto di estreme contraddizioni non sanabili se non nell’abbraccio di una donna, produce un ritorno all’infanzia come estremo tentativo di rifugio nella notte prima della vita, come fa il bruto nella caverna platonica.

Non avendo messo a frutto né l’educazione religiosa né quella laica, dacchè i loro insegnanti sono al pari vanesi e ignoranti assai, essi vagano in un universo limbico fatto di spezzoni di frasi idiomatiche e di idee frastagliate, che confondono prima loro stessi e poi gli altri. Spettacolo penoso, se solo qualcuno e loro se ne accorgesse, come quegli implumi che, diventati grandi, non riescono né a volare né a camminare. Danzano come impropriamente facesse il cieco sul burrone. Forse li salverà lo spirito di salvezza, una improvvisa ed oscura sollevazione, una rivolta interiore contro un destino barbaro e cinico.

Chissà!

Chissà che rivoltandosi da dentro il loro specchio, il loro specchio riflettente, il loro sé perenne, (loro perenne prigione), non abbiano la forza di infrangerlo e guardare quella crudeltà di cui sono figli, e ribellandosi a tanta brutalità subita, osino, dico osino prendere la forza di rompere quell’immagine, quell’involucro, che li ha prodotti vivi ma senza nessi, vivi ma senza alcuna coscienza.

E impietosamente, contro la natura barbara dei loro padri (lo stato, la falsa coscienza, la negazione di ogni virtù, l’ostilità verso la vita) e contro la natura improvvida delle loro madri (il pretesto geloso, la misura fuori misura,le capacità auto negate, la coscienza materna fallita) essi – da soli senza più nessun appoggio morale -, nella farsa di un mondo che non muore se non nel ritmo angoscioso di polmoni intossicati dal sangue corrotto, nel sussulto estremo della rabbia allucinata, non osino infrangere quell’immagine così poco reale e costruire come novelli capomastri un unico bastione, un’unica fede commossa e generosa: le loro abitazioni, le forme civili, le immagini figurate, i sogni e i desideri così per troppo tempo rimossi e deformati da quello specchio più simile ad una museruola che ad un oggetto di vanità femminile. Allora forse vedremo la scrittura del divino così come doveva essere stata fin dall’inizio. Una scrittura ancora informe ma decisamente più limpida e coraggiosa. Forse era questo il monito di quell’uomo che , sapendo di morire, sfidò la morte e per questo la morte si ritrasse?

Non lo sappiamo se qualcuno, se qualche uomo o donna che sia, lanciando quel sasso contro lo Specchio del sé eterno, non mandi in frantumi l’intero mondo e ne faccia apparire magicamente un altro. Si dice, poi nel tempo, che avendo avuto la fortuna di trovare quel sasso, quell’uomo lo scagliasse e felicemente produsse la Sapienza più terrena che si potesse (essendo poi questo che Dio vuole): quella del Governo della città, dell’arte di guidare un timone dentro il mare mosso dell’infelicità terrena. Ma quel timoniere era sopravvissuto a secoli di abominio e carcerazione. Su di sé aveva provato il Disonore e l’Esilio, condizione necessaria alla sapienza del Saper governare. Su di lui non avevano potuto nulla né le Sirene, né la Gorgone. Lui si era bevuto tutto il sole e tutto il mare della Terra, in un solo grido aveva atterrato i suoi quattrocentomila anni di solitudine.

Ecco, costui era stato così semplice e così astuto da accorgersi di quel sasso che stava lì per terra. Lì vicino ai suoi piedi. Lo aveva raccolto e senza pensarci due volte lo aveva scagliato. La fortuna, c’è da dire, lo favorì perché colpì il gigante proprio in mezzo agli occhi. Si dice poi, infine, che quell’uomo fosse stato l’ultimo a godere della Grazia, della Benedizione.

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